25 dicembre, Natale di Gesù
Nel Cronografo filocaliano, una specie di almanacco composto nel 354 d.C., 3i trova un frammento di calendario liturgico cristiano, forse del 326 o più antico, con una annotazione singolare: alla data VIII Kalendas Januarias, cioè il 25 dicembre, si legge: «Natus est Christus in Betleem Judacae».
L’affermazione assume una importanza particolare perché nei vangeli non vi è traccia della data della nascita di Gesù; anzi, Luca sembra alludere a un periodo stagionale diverso, quando precisa: «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al gregge» (Lc. 2, 8). Fino al secolo IV, le date più comunemente proposte per il Natale erano il 28 marzo, il 18 aprile, il 29 maggio: si sa che la pastorizia era ed è esercitata in Palestina tra la primavera e l’autunno. Clemente Alessandrino (150-216) scriveva di ignorare la vera data della nascita del Cristo, né le ricerche compiute dagli storici moderni sono riuscite ad appurarla. «In realtà il 25 dicembre è una data simbolica che si collega al solstizio d’ inverno e a una festa romana di epoca imperiale. Nel Cronografo è riportato anche un calendario civile, chiamato comunemente filocaliano che al 25 dicembre nota “N. Invitti”, ovvero “Natale dell’Invitto”. “L’Invitto” altri non era che il Sol Invictus, divinità solare di Emeso introdotta dall’imperatore Aureliano (270-271) che aveva costruito anche il tempio in suo onore nel Campus Agrippae, l’attuale piazza S. Silvestro» (A. Cattabiani). Il Natale del Cristo come vero Sole non è una sovrapposizione infondata perché, fin dall’Antico Testamento, Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole che illumina il mondo. Isaia ad esempio spiegava: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce su coloro che abitavano in Terra tenebrosa una luce rifulse» (Isaia, 9, 1). E ancora: «Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà perché il Signore sarà per te la luce eterna» (Isaia, 60, 10). A sua volta Giovanni afferma: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre (…)» (Giov. 1, 4, 5).
Il testo è tratto da: Coltro Dino, Santi e contadini. Lunario della tradizione orale veneta, Cierre edizioni 1994, p. 552-553.
Una riflessione sul ciclo delle festività natalizie svolta dal monaco di Praglia e teologo padre Pelagio Visentin (1917-1997).
Proponiamo qui alcune considerazioni sulle feste natalizie svolte dal P. Pelagio Visentin (1917-1997), monaco di Praglia, teologo che vanta una lunga e feconda carriera intellettuale, che lo ha portato a interessarsi di varie questioni e a dare il suo qualificato contributo alla formazione e all’aggiornamento di gruppi e istituioni. Il suo contributo agli studi teologici che copre un arco di 55 anni, dal 1939 al 1994, conta un insieme di 164 scritti.
La figura intellettuale di padre Pelagio Visentin è tratteggiata in: Visintin Stefano, Il pensiero teologio del p. Pelagio Visentin, in Spes Una in Reditu, (Italia Benedettina XXVI), Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2006, pp. 189-205.
Il ciclo natalizio è nato nel IV° secolo per ragioni contingenti, che tentiamo di spiegare: col solstizio invernale i popoli dell’antichità (almeno nel bacino del Mediterraneo) celebravano varie festività in diversi modi, perché questo fenomeno del sole che cominciava a ricrescere nei giorni dal 21-25 dicembre al 6 gennaio approssimativamente, colpiva molto l’immaginazione popolare come ci è attestato da antichi documenti i quali ci fanno conoscere feste e riti dove i grandi simboli o temi erano specialmente: l’acqua e il fuoco… (scarica il testo)
il testo di p. Pelagio riportato in Visentin Pelagio, I falò e l’Epifania, Introduzione di Elio Franzin, Amissi del Piovego 1988, pp. 20-26.
Alcune note di Adolfo Callegari, 1941
La «ciara stela» e i «bugei»
Dopo Natale e fino all’Epifania da per tutto i giovani vanno di notte a cantare la «ciara stela», nenia carezzevole e melanconica, suggestiva a sentire nel profondo silenzio invernale. Il primo verso di ogni strofa è intonato a voce molto alta da un solo, poi gli altri versi si cantano in coro. Si canta, ma in chiesa, la Pastorella, il Sabato Santo e la domenica e il lunedì successivi. La origine dei due Natali è però cittadina. A canto finito le porte si aprono e i cantori vengono regalati di vino o di qualche moneta. Se non si apre perché l’ora è troppo avanzata, si va a chiedere la mancia la mattina. Nè a Natale nè a Capodanno nè a Pasqua» le donne vanno a far visite; non sarebbero gradite; «porterebbero via la fortuna». Vanno invece il giorno dell’Epifania. Per l’Epifania si bruciano i «bugei», mucchi di fascine, a sera tardi. Quei fuochi simboleggiano la luce che indicò la strada ai Magi. Raramente la striga è bruciata sotto la forma di un fantoccio.
Adolfo Callegari, Usi e costumi degli Euganei, Estratto dagli Atti del IV Congresso Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari, Venezia settembre 1940, Udine 1941, pp. 6-7
Giacchino Bragato, Albero di Natale

Cante euganee raccolte da Carlo Timolini, 1955
La terra Euganea è una terra di leggende, è una fantasiosa terra che più di ogni altra del padovano si mantiene tenace nel conservare le remote tradizioni degli avi. In certe ricorrenze, come le festività Natalizia e dell’Epifania, la sua gente manifesta la fede religiosa che l’anima con una caratteristica usanza, in sostituzione dei tradizionali «zampognari » che percorrono le vie cittadine, suonando nenie malinconiche, per annunciare al popolo la prossima nascita di Gesù. Difficilmente in questi paesetti sperduti tra il cielo e la terra di questi colli, si sentono tali suoni ma in compenso ogni anno in quest’epoca, a sera inoltrata e confusi nella densa nebbia decembrina, si trovano lungo le strade, fra i viottoli scoscesi dei monti, tra le vie strette e tortuose dei paesi, schiere di ragazzi, e adulti che si soffermano ad ogni casa per annunciare la festività con le tradizionali «Cante» e continuano nella nenia fino a che non hanno ottenuto un compenso dagli ascoltatori. Nel passato: erano gruppi di più persone che si fermavano di porta in porta : chi portava una grande stella girevole e colorata, illuminata con candeline, chi aveva strumenti musicali per accompagnare i cantori. Di questa usanza che rivestiva un carattere ben più poetico dell’attuale, poco rimane: essa non ha resistito nel tempo.
La «Pastorela» che si fa sentire dalla sera di Santo Stefano alla fine dell’anno, e la «Felice Notte» che si prolunga fino al giorno dell’Epifania, si fondono in quest’ultimo giorni con la gentile costumanza della «Strigheta», che è uno scambio tra conoscenti di piccoli regali di frutta. «Pastorela» e «Notte Felice» sono due cantilene semi dialettali, senza metrica e rima (di autore ignoto) che, però, hanno il pregio di esprimere l’anima semplice del popolo che vive in questi monti, hanno il pregio delle ingenuità e della semplicità. Esse si ripetono ad ogni Natale e ad ogni Epifania, ed io le trascrivo così come sono nate, armoniose o no, tali e quali le ho udite cantare da questi ragazzi.
Carlo Timolini, Canti euganei in prosa e in versi, disegni in penna di Alessandro Rota, Milano 1955, pp. 82-85.
La «Pastorela»
«Felice notte»
O pastori e pastorelle
che adorate Maria e Gesù
vi poriamo la novella
che xe nato el Redentor.
E lè nato a Betlemme
in una stala in mezo al fen
e lè nato Re a Betlemme
con Maria e Giuseppe insiem.
Caminando giorno e note
in così fresca stagion
per i boschi e per le grote
senza avere provigion
Santa Maria gavea paura
de’ assassini e traditor,
San Giuseppe non avea paura
ma temeva i traditor.
Ela ghe dise: «Amato sposo
mi son stufa da caminar
là si vede una capanna
andemo drento a riposar».
Co’ le giunta la mezanote
la Madonna se risvegliò,
la se vede in gran splendor,
ghe xe nato el Salvator.
La lo guarda, la lo mira,
nudo e nado in mezo al fen,
poverino, la sua mamma
non sapea che far in ben.
Quella note vi è poi gran gelo
si prevedon dei gran dolor
la si leva di testa il velo
per coprire il Redentor.
Poi col fiato dell’asinel
riscaldava il suo Bambinel.
I pastori facevan legria
che xe nato il Re del ciel;
i cantava la «Pastorella »
i la cantava di alegro cor.
O dolce felice notte
più chiara che nel giorno
spande grande luce attorno
la chiara stella.
O Vergine Madre bella
che tutto il mondo reggi
il Pastor del Divin gregge,
il Figlio Santo.
Vedo ‘parir dal cielo
‘na stela lucente
e insieme dall’Oriente
i tre Re Madi…
Siamo qua col nostro agnel
tre Re Magi dall’Oriente
siamo qua con Dio presente
siam giunti alfine,
E andremo su quell’orlo
e pianteremo un bel fiore
che ghe piaserà al Signore
or buona notte.
Ascoltè, ascoltè il mio canto,
ascoltè le mie parole,
se la luna sembra sole
la terra splende.
Due angeli che i scende
i va sopra una capanna
noi cantiamo tutti osanne
e gloria al cielo.
Vi ringraziano tanto
della grazie e del favore,
siamo insieme col Signore,
or buiona notte.
Presto è giorno e buona notte
arrivederci a un altro ann
per la Santa Epifania
buona notte e vado via.
Dall’Avvento all’Epifania: le festività natalizie nei Colli Euganei
di Alberto Espen
Alberto Espen, Dall’Avvemto all’Epifania: le festività natalizie nei Colli Euganei, in Paese che vai Natale che trovi: Le tradizioni natalizie in Italia, presentate e raccolte da Giacomo Luzzagni, Montemerlo 2002, pp. 43-39